Storie di arnie e di colori

Non ci sono solo le arnie variopinte di Stefano e Elisabetta, posizionate come sono vicino al fiume Foscia, a pochi metri in linea d’aria dal Teatro del Silenzio, a Lajatico (PI) a fare la storia.

Alfo Fabbri, fondatore dell’apicoltura biologica Miele Fabbri e padre dell’attuale proprietaria,  ci racconta che quando era bambino le arnie venivano ricavate da bugni di sughero, bugni che lui e suo padre andavano a recuperare con il carretto percorrendo le strade bianche che dall’entroterra pisano conducevano al porto di Livorno dove i tronchi cavi di sughero arrivavano dalla Sardegna.  

Durante la seconda guerra  mondiale poi, il materiale per fare le casine alle api scarseggiava così che spesso si usava materiale di scarto tra le quali le cassette delle munizioni.

Ma la tradizione di ‘raccogliere’ il miele e di farne uso quotidianamente risale forse a 12.000 anni fa.  
Come testimoniato nella «Cueva de la Araña» (la grotta del ragno) che si trova in Spagna vicino a Valencia, risalente a circa il 5000 a.C. si vede una persona appesa a delle liane e circondata da api in volo mentre  infila una mano in un tronco d’albero alla ricerca del favo pieno di miele e con l’altra regge un paniere ove depositare il raccolto.

Il primo apiario dunque fu dato in dono all’uomo da madre natura grazie a un tronco cavo contenente uno sciame.

 Tuttavia, nella storia dell’apicoltura l‘arnia ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale. In epoca greca, ad esempio,  si usavano cesti di  paglia o vimini impermeabilizzati da una serie di legnetti ed una copertura di pietra o di corteccia, messi in posizione arrovesciata per favorire il lavoro delle api.

In epoca successiva si  inizia a usare invece un tipo di ‘bugno villico’ formato da quattro assi  poste a forma di parallelepipedo con un imbocco più piccolo rispetto alla parte terminale, parte chiusa da uno sportellino amovibile. Un modello che è rimasto in voga sino a poche decine di anni fa.

Nel 1851 Langstroth, facendo proprie alcune esperienze precedenti,  inventa il favo mobile, un’invenzione che porterà alla concezione dell’arnia moderna: la nuova struttura è costituita da un modulo base contenente favi mobili e un sistema modulare di melari, contenenti favetti, sempre mobili, da utilizzare nel periodo del raccolto. Nel 1857  segue l’invenzione dei fogli cerei, e nel 1865 dello smielatore centrifugo, con la  nascita definitiva dell’ apicoltura moderna.  

Ad ogni modo, ci vorrà quasi un secolo affinché i bugni villici e l'apicoltura di tipo più tradizionale scompaiano del tutto.

Oggi le api della famiglia Fabbri godono di 300 casette dai disegni allegri e vivaci.  Poste come sono in fila l’una accanto all’altra nelle varie postazioni, come in un grande ‘condominio’ i disegni permettono a ogni famiglia di api di riconoscere il proprio luogo del cuore, senza possibilità di errore confermando la loro estrema intelligenza. Grazie a un simil-gps che si trova nel loro minuscolo corpo, le api sanno infatti riconoscere le diverse composizioni grafiche e sino a cinque colori, sanno comunicare l’esatta posizione di un buon nettare trovato chissà dove agli altri membri della famiglia e sanno persino salutare con simpatia il viso del loro apicoltore preferito, senza aggredirlo ma quasi benedicendolo. Il loro miele e il loro polline–assolutamente biologici- sono sinonimo di bontà e di salute.

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